Henri Matisse dipinge Icaro in un cielo stellato, mentre abbraccia il blu dell’ignoto e tenta di toccare le stelle con la punta delle dita. Come mai decide di dipingere proprio questa scena? Quell’abbraccio sembra, per l’osservatore, rivolto tutto all’ignoto e al cielo, quasi una tensione e uno slancio verso l’infinito. Non è un caso che la raccolta di cui fa parte si chiami “Jazz”: Matisse amava la musica e nella musica c’è un legame costante con l’infinito.
Matisse opera una rivoluzione iconografica. Ecco, infatti, improvvisamente escluso il sole, da sempre considerato elemento di vita, eppure triste dispensatore di morte per Icaro. Il cielo notturno in cui vola è invece sicuro, abitato dalle stelle che diventano sue compagne di un viaggio a metà strada fra l’oltre vita e la ricerca di verità. Un viaggio della mente e del cuore, per questo infatti l’artista lo rappresenta volutamente senza le ali.
Così Icaro può diventare simbolo e figura dell’uomo stesso: un uomo che paga i suoi errori; un uomo nella sua continua tensione verso l’infinito, quel cielo blu notturno dello sfondo; nella sua ricerca perpetua del desiderio – le stelle, giallo brillante, da cui l’etimologia stessa della parola “desiderio” deriva (lat. de- siderium, “sidera” sono le stelle) – parola che indica l’attesa di un qualcosa, una promessa di Bene; e, infine, la pulsione vitale del suo cuore, quasi uno slancio alla vita, che lo porta inevitabilmente a mettersi in ascolto della sua anima e dei suoi sentimenti.

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